"Hey Jude" è stata scritta da Paul McCartney nel 1968. Fu ispirato dal voler confortare Julian Lennon, il figlio di John, che all'epoca aveva cinque anni.
John Lennon stava divorziando dalla prima moglie, Cynthia Powell, e si sarebbe legato a Yoko Ono. Durante un viaggio in auto per andare a trovare Cynthia e il bambino, Paul iniziò a canticchiare una melodia pensando: "Ehi Jules, non prenderla male…". Successivamente sostituì "Jules" con "Jude", forse perché la modifica poteva rendere più incisiva quella successione di due suoni in legato, interrotti dalla nuova consonante finale in modo più netto, intelligibile, quasi ricordando uno strumento a percussione. La canzone si è poi trasformata in un messaggio universale di speranza, che invita ad aprirsi all'amore e a non chiudersi in se stessi di fronte alle difficoltà.
Testualmente, è presente una serie di strofe e, nella seconda parte della canzone, di un ritornello ripetuto moltissime volte, prevalentemente senza parole, perché giocato sulle ripetizioni della sillaba "na" seguite da "hey Jude".
Musicalmente la struttura può essere così schematizzata: assenza di Intro, due Chorus, Bridge, Chorus, Bridge, Chorus, seguiti da Coda, detta anche Finale o Outro (se mancava l’Intro, l’Outro è generosissima!). Quest’ultima inizia circa a metà brano, di cui rappresenta la seconda parte, ed è una frase musicale ripetuta molte volte, con piccole varianti a carattere improvvisativo (probabilmente in gran parte improvvisate), fino al fade out. L'ambiguità formale nasce dalla forte personalità delle varie sezioni del brano; in tutte compare il titolo. La prima parte ha una serie di sezioni che potremmo anche considerare Strofe musicali seguite da un lungo Ritornello (davvero molto ritornellato) assimilabile a una Coda. Il fatto però che due Strofe si discostino musicalmente dalle altre fa propendere per la prima schematizzazione. Resta centrale l’innovazione formale del brano, che lo rende di grande efficacia espressiva pur nella sua semplicità e immediatezza.
Il video cui qui si fa riferimento è quello ufficiale, che circola in rete.
L'inizio in levare con la voce da sola che canta il titolo apre il Chorus. È da notare come la scelta nell'arrangiamento sia coerente con l'ispirazione: sembra proprio di sentire Paul da solo, senza accompagnamento, che si avvicina a un bambino di cinque anni per consigliarlo, per aiutarlo, per guidarlo affettuosamente con la sua esperienza di adulto.
Strofa 1 (Chorus 1): il conforto iniziale
Hey Jude, don't make it bad
Take a sad song and make it better
Remember to let her into your heart
Then you can start to make it better
Traduzione
Ehi Jude, non prenderla male
Prendi una canzone triste e rendila migliore
Ricordati di lasciarla entrare nel tuo cuore
Allora potrai iniziare a stare meglio
Paul si rivolge direttamente al bambino (e a chiunque soffra). Lo esorta a non farsi travolgere dagli eventi negativi ("non prenderla male"), ma a trovare la forza di trasformare il dolore in qualcosa di positivo. Quel "lasciarla entrare nel tuo cuore" è un invito a non chiudere le porte ai sentimenti. E a stabilire confini, scegliendo di far entrare nel proprio cuore la canzone resa "migliore", non quella che ci angoscia.
La voce entra in levare, da sola ("Hey") e sul battere ("Jude") entra il pianoforte di Paul.
"Hey Jude" è un inciso. In un brano accademico, "classico", spesso la forza di un inciso, che è l’elemento riconoscibile più piccolo del discorso musicale, la avvertiamo procedendo nell’ascolto, nella lettura o nell’esecuzione. Coincide con il titolo, ma non è solo questo a renderlo potente fin da subito. Sono due suoni di stessa durata, in primo piano, un intervallo di terza minore discendente, una traduzione sonora efficace per chiamare qualcuno, per indurlo ad ascoltarci. A un primo ascolto, si immagina che potrebbe restare un brano per voce e pianoforte, perché pur nell’estrema semplicità non sembrerebbe mancare niente.
"Better" fin dalla prima strofa (e poi in rima con "get her", perfettamente, e quasi con "shoulders" e "shoulder") è vocalizzato: anticipa l'esigenza di superare le parole, il loro consueto ritmo, che si realizzerà nella seconda parte.
Strofa 2 (Chorus 2): vincere la paura
Hey Jude, don't be afraid
You were made to go out and get her
The minute you let her under your skin
Then you begin to make it better
Traduzione
Ehi Jude, non aver paura
Sei stato creato per uscire e prenderti ciò che vuoi (andare a cercarla).
Nel momento in cui la lasci entrare sotto la pelle
Allora inizierai a stare meglio
Qui il testo si presta a una doppia chiave di lettura. Se per il piccolo Julian è un invito a non temere il futuro, le frasi "andare a prenderla" e "sotto la pelle" sembrano consigli più adatti a un adulto. Secondo quanto raccontato in seguito, John Lennon riconobbe in quelle parole anche un messaggio rivolto da Paul, inconsciamente, a lui e a se stesso, spronando entrambi a vivere le loro nuove storie d'amore. La destinazione del discorso si sta già ampliando… e anche l’accompagnamento strumentale: chitarra, basso, tamburello basco e, a "The minute…", partono i cori ("Ohhhh"), a sottolineare il cambiamento di quel prezioso momento. Mentre sfuma "better" (con voce sorretta dai cori: "better" è la prima parola che cantano) la batteria introduce la sezione successiva.
Strofa 3 (Bridge 1): non chiudersi in se stessi
And anytime you feel the pain, hey Jude, refrain
Don't carry the world upon your shoulders
For well you know that it's a fool who plays it cool
By making his world a little colder
Traduzione
E ogni volta che senti dolore, ehi Jude, fermati (trattieniti)
Non portare il mondo sulle tue spalle
Perché sai bene che è uno sciocco chi fa il distaccato (il "figo")
Rendendo il suo mondo un po' più freddo
È uno dei passaggi più profondi della canzone. Paul esprime l'importanza di non farsi trascinare dal vortice della sofferenza e di fermarsi prima che il dolore prenda il sopravvento sui nostri pensieri. Quindi afferma che non bisogna farsi carico da soli dei problemi del mondo (come la separazione di una madre e di un padre). Infine consiglia di non reprimere le emozioni e di non fare finta di nulla ("play it cool"): mostrarsi indifferenti o distaccati serve solo a corazzarsi, finendo per rendere la propria vita cinica e fredda.
Questa sezione (e così anche il Bridge successivo) inizia con un mini riff strumentale eseguito dal pianoforte che si ripete più volte, un cromatismo discendente di tre note che porta da Sol a Fa (e al primo accordo della sezione, Fa settima) che nella sua semplicità ha qualcosa di epico. Il contesto è popular, il mood è rock, ma queste tre note sono le stesse dell’inizio di Bohème di Giacomo Puccini, in cui fagotti, violoncelli e contrabbassi (all’ottava sotto) aprono l’opera con un inciso strumentale Sol, Sol, Fa diesis, Fa bequadro, ugualmente cruciale e in rilievo, diverso da questo per il Sol ribattuto. Tre note in cromatismo discendente non sono certo un plagio, e vengono in mente in modo spontaneo anche a chi non ha mai sentito Bohème, eppure ascoltandole siamo portati a sentire "sotto la pelle" che questa e molte altre canzoni dei Beatles (e in generale la musica pop contemporanea) svolgono funzioni di coinvolgimento emotivo, sociale e culturale, di identità e crescita individuale e collettiva, di comunicazione di massa e di aggregazione vicine a quelle che il melodramma aveva svolto nell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento, con una periodizzazione da prendere in modo non assoluto, come tutte le periodizzazioni (con l’avvento del cinema e della radio l’opera lirica inizia ad assumere un diverso ruolo culturale, aprendosi anche alla sperimentazione e alla musica atonale). Compare il canto senza testo "Na na na na na/ Na na na na" che sembra seguito da puntini sospensivi e alle ultime quattro note sembra rispondere in eco (in realtà in progressione: il disegno è lo stesso, ma parte da un’altezza diversa) il pianoforte: una sorta di dialogo tra testo e musica.
Le strofe 3 e 5 non hanno la stessa musica delle altre, ma materiale da esse derivato, e musicalmente possiamo riconoscerle come due Bridge. Essi imitano con efficacia ciò che avviene nel parlato: si velocizza una frase perché ci viene a mente qualcosa di importante da comunicare. La loro successione accordale è diversa dalle precedenti ed evidenzia il cambio di registro e lo spostarsi verso un contenuto testuale profondo, difficile, in parte doloroso. Musicalmente "And anytime you feel the pain" e "For well you know that it's a fool" (e le successive "So let it out and let it in" e "And don't you know that it's just you?") sono una sorta di abbellimento, un'incidentale che riporta a materiale motivico già ascoltato, che nel proseguire del ragionamento acquista una nuova luce... Anche la scelta delle altezze delle note del canto suggerisce un parlato che si fa più concitato, enfatizzato, per poi placarsi e tornare coerente con tutto il dialogo.
Strofa 4 (Chorus 3): l'opportunità del cambiamento
Hey Jude, don't let me down
You have found her, now go and get her
Remember to let her into your heart
Then you can start to make it better
Traduzione
Ehi Jude, non deludermi
L'hai trovata, ora vai a prenderla
Ricordati di lasciarla entrare nel tuo cuore
Allora puoi iniziare a stare meglio
È una spinta all'azione. L'occasione di felicità è vicina, basta solo avere il coraggio di coglierla e di vivere pienamente. E voce e strumenti si mostrano più decisi, con volume un po’ più alto e intensificando l’accompagnamento.
Strofa 5 (Bridge 2): la forza interiore
So let it out and let it in, hey Jude, begin
You're waiting for someone to perform with
And don't you know that it's just you? Hey Jude, you'll do
The movement you need is on your shoulder
Traduzione
Quindi esprimiti e non chiuderti, ehi Jude, comincia.
Stai aspettando qualcuno con cui condividere tutto (suonare)
E non sai che ci sei solo tu? Ehi Jude, te la caverai da solo
Il movimento di cui hai bisogno è sulle tue spalle.
"Esprimiti e non chiuderti" è una traduzione libera, il testo recita "Tiralo fuori e lascialo entrare": un consiglio a far uscire le proprie emozioni e condividere quelle altrui, a non aver paura di interagire. Non serve aspettare un salvatore esterno, perché la forza per cambiare le cose e fare il primo passo ("il movimento") è in ognuno di noi. "You’ll do" ("Te la caverai") contiene un'altra vocalizzazione, su "do". Si nota una grande coerenza (probabimente istintiva) con la scelta di cambiare Jules in Jude: le vocalizzazioni sono avvenute sempre in corrispondenza di sillabe con la resa fonetica di quella "D" che è la firma del brano, il suo titolo, il suo cantare scat in un’improvvisazione che troveremo nella Coda (con "Judy” ripetuto su note prevalentemente ribattute, in modo percussivo).
Pare che Paul volesse cancellare la frase "The movement you need is on your shoulder", probabilmente ritenendola semanticamente oscura e vicina al nonsense, e che John lo abbia convinto a mantenerla.
Anche questo Bridge termina con un "Na na na na na/ Na na na na" corale con le note del pianoforte anticipate da uno "Yeah" di Paul, pensieroso e convinto al tempo stesso.
Strofa 6 (Chorus 4): la liberazione finale
Hey Jude, don't make it bad
Take a sad song and make it better
Remember to let her under your skin
Then you'll begin to make it
Better, better, better, better, better, better, oh!
Traduzione
Ehi Jude, non prenderla male
Prendi una canzone triste e rendila migliore
Ricordati di lasciarla entrare sotto la pelle
Allora inizierai a renderla
Migliore, migliore, migliore, oh!
La strofa 6 (Chorus 4) è l’ultima e inizia con la vocalizzazione della "u" di Jude. Da "don't make it bad" in poi ci sono sempre i cori: una seconda voce di John fa presagire che il lungo discorso di Paul da personale diventi sempre più condiviso.
Il climax della canzone è con "better" ripetuto su movimento ascendente, prevalentemente triadico (come la sezione che segue: la Coda) eppure quasi un glissando intervallato da pause, arriva al culmine della melodia con "oh!" enfatizzata da "yeah", un grido che divide il brano in due parti, entrambe di poco più di quattro minuti: la cesura è evidente, mentre il tempo si ferma, viene ripetuto più volte "yeah" (con un disegno discendente, blues rock) e si dissolve/si compie nel celeberrimo "Na na na nanana na/ Nanana na/ Hey Jude", un coro liberatorio lungo più di 4 minuti che trasforma la malinconia iniziale in una grandiosa festa collettiva di gioia e speranza. La frase della Coda ha andamento melodico ascendente e discendente: descrive un arco e le sue numerose ripetizioni sembrano evocare la ciclicità della vita, degli stati d'animo, delle emozioni.
All'innovazione formale del brano, alla forza del testo (e del non testo) combinato con questa musica, interpretazione e arrangiamento si aggiunge un procedimento di incisione innovativo, perché la canzone è tra le prime tracce dei Beatles a ben otto piste. Il video "iconico" ha riscritto i codici della popular music e dello spettacolo ed è rimasto un modello da seguire, inconsapevolmente o meno: del fiocco al collo di John, portato senza colletto, c’è un ricordo nel look di Rino Gaetano a Sanremo 1978 ("Gianna"), "Yesahel" dei Delirium, i giovani che circondavano Ivano Fossati, voce e flauto, è prefigurato dal gruppo di giovani assiepato intorno alla band, così partecipe nel Finale con il coro ed il clapping… e, tra comicità e inclusione, c’è anche un signore meno giovane, con due fiori colorati alle orecchie, che sembra presagire molti personaggi che vent’anni dopo avremmo trovato scherzosamente in programmi di Piero Chiambretti.
In questo Finale corale, le voci soliste "non sbagliano mai": l’errore è creativo, l’imperfezione è espressione, il grido è comunicazione. In una delle ripetizioni entrano i tromboni, con note lunghe, successivamente gli archi: le improvvisazioni e le stratificazioni strumentali contribuiscono a rendere le ripetizioni qualcosa da ascoltare e su cui cantare volentieri, e a rendere il brano "di tutti". E precorrono le contaminazioni dei decenni successivi e le tendenze crossover della musica, oggi così presenti: strumenti classici per brani popular, arrangiamenti popular per brani classici…
Ascoltai per la prima volta "Hey Jude" da bambina e mi sembrò una canzone con una linea melodica piacevole, accordi adatti, un fluire equilibrato, la bellissima voce di Paul, che anche quando grida e graffia resta morbida... ma non mi ero resa conto del capolavoro che è. "Migliore migliore migliore... oh... na na na nanana na" eccetera. I Beatles sembrano suggerire che il concetto stesso della parola "migliore" vada superato con la coda senza un testo vero e proprio (un po' come nel canto "scat", o anche nel "falalilela" antico), sorprendentemente lunga per un brano della popular music dell'epoca. Hanno dato vita, secondo me, a qualcosa di suggestivo al pari del coro a bocca chiusa di Giacomo Puccini, tratto dalla Madama Butterfly. Naturalmente i due procedimenti hanno funzioni formali ed espressive molto diverse; l'analogia riguarda un livello più profondo: la voce umana che rinuncia alla parola senza rinunciare alla comunicazione. Potremmo quasi dire che nella parola il significato è articolato e nel canto senza parole il significato è incarnato nel suono. In entrambi i casi, la parola strutturata, il "testo", diventa improvvisamente una gabbia troppo stretta per contenere l'emozione. Quando il linguaggio verbale esaurisce la sua funzione logica, una via per esprimere l'inesprimibile è affidarsi al puro suono, alla vibrazione della voce umana che si fa strumento e diventa universale.
Il superamento della parola "migliore" ("better") descrive il limite della parola: per quanto si possa dire "meglio", le parole rimangono legate alla razionalità e il tentativo di confortare qualcuno resta in ambito denotativo, oggettivo, che fatica a cogliere le sfumature emotive, cui si cerca di alludere spingendoci al limite del nonsense.
Con quel "Na na na..." corale (non più individuale, iniziato senza neanche accompagnamento), Paul McCartney e i Beatles escono dal racconto personale di Julian e della sua famiglia, trasformando il brano in un rito collettivo, liberatorio e festoso, dal valore paradigmatico universale, grazie a ingredienti musicali e testuali dal forte contenuto connotativo, simbolico, metaforico.
Proprio come lo "scat" nel jazz o i vecchi ritornelli della musica antica (i madrigali, i canti popolari), quel coro diventa un archetipo. Non serve più capire il significato letterale, perché il senso è racchiuso interamente nell'onda d'urto di quelle note ripetute all'infinito.
Nel 1968, decidere di chiudere un singolo pop con oltre 4 minuti di coda mantrica e apparentemente "senza testo" era un rischio commerciale enorme. Eppure, è proprio quella intuizione che ha reso "Hey Jude" un monumento della musica mondiale: una transizione perfetta dalla malinconia intima di una stanza alla gioia condivisa di uno stadio intero.
Quella terza strofa ("Perché sai bene che è uno sciocco chi fa il distaccato, rendendo il suo mondo un po' più freddo") meriterebbe di essere scolpita nella pietra. È un avvertimento universale contro il cinismo difensivo, quella tendenza così umana (e così contemporanea) a mostrarsi indifferenti per non soffrire, finendo però per congelare la propria esistenza. Parole di ispirata freschezza.
Poi quell'esito dopo "better" ripetuto può essere leggibile come un superamento del giudizio, del dover definire "migliore", "meglio" qualcosa... e come un superamento delle parole, che pure erano state trovate efficacissime ed originali... Ripetere "better, better, better" fino a farlo perdere in un coro quasi senza testo non è solo un superamento della parola, ma del concetto stesso di dover valutare, quantificare e giudicare. La logica occidentale ci impone di rendere le cose "migliori", di fare "passi in avanti". La coda di "Hey Jude" scardina questa dinamica: smette di spiegare, smette di pretendere che la vita sia "migliore" o "peggiore", e semplicemente la celebra per quella che è, sciogliendo la tensione intellettuale nel puro suono.
E potremmo leggere "Quanto t'ho amato" di Piovani, Cerami e Benigni come una risposta a distanza di decenni a ciò che questa canzone mette in ballo: "Nell'amor le parole non contano, conta la musica". Benigni canta il silenzio dell'amante che non dice a voce quanto ama per non confinarlo dentro un vocabolario umano ("anche se resto in silenzio, tu lo capisci da te"), Paul McCartney fa esattamente lo stesso quarant'anni prima: mette a tacere il testo per lasciare che sia la melodia a prendersi cura di Julian (e di noi). Entrambi i brani arrivano alla stessa conclusione: le parole, anche le più belle, sono solo un trampolino di lancio. Per toccare l'anima, per potersi lanciare nel vuoto serve la musica.
In "Hey Jude" il passaggio dall'individuale al collettivo non è solo poetico: è corporeo, nel senso della corposità sonora che aumenta progressivamente. All'inizio c'è quasi la scena privata sopra descritta: una voce sola che si rivolge a un bambino. Poi quella voce si allarga, si aggiungono gli strumenti, arriva il coro, e alla fine non siamo più dentro la storia di Julian. Siamo tutti dentro quel gesto sonoro. E qui il titolo stesso diventa quasi paradossale: Jude continua a essere chiamato, ma ormai Jude è chiunque.
E la canzone sembra dirci che, arrivati a un certo punto, non bisogna aggiungere una spiegazione: bisogna continuare a cantare e suonare... e, fuori di metafora, a vivere.
Ilaria Barontini









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