Nell'edizione 2026 del Festival di Sanremo, diverse interpretazioni hanno valorizzato i testi delle canzoni, che hanno affrontato temi non scontati e in alcuni casi coraggiosi, nuovi per quel palco.
Come Ditonellapiaga, col suo brano "Che fastidio!"(1), attuale, urgente, liberatorio, che si addentra nel disagio contemporaneo, nella confusione tra realtà e allucinazione e nelle piccole manie quotidiane. Il testo è focalizzato su un momento di crisi personale e incertezza, per trasformarsi in una riflessione pungente sulle abitudini proprie e altrui (sono matta o è il mondo che non funziona?). Curato anche l'aspetto visivo dell'interpretazione: le sue espressioni, movenze, la stralunatezza un po' alienata, il balletto del gruppo che la accompagna.
"Che fastidio!" unisce a ingredienti musicalmente familiari, "già sentiti", un senso di novità, una ventata liberatoria come uno sfogo; colpisce con le sue sezioni meditative dall'arrangiamento più rarefatto, in 'piano', e poi sveglia, scuote, porta ad alzarsi dal divano e a ballare, con le sezioni frenetiche dall'arrangiamento più denso, in 'forte'. E per questo sorprende e risulta piacevole.
Margherita Carducci, alias Ditonellapiaga, offre una performance attoriale. La voce si presenta da subito con incisività ritmica ed espressiva, funzionale alla condizione che descrive, divisa tra esigenza di partecipazione e senso di estraneità; il canto tende volutamente ad anticipare e a spezzare con pause e suoni brevi la linea melodica, evocando il pensiero di chi cerca di dominare il fastidio che prova(2).
Le fonti del brano sono evidenti: "Sign O' the Times" di Prince, "Freedom" di Aretha Franklin e la canzone trionfatrice di due anni fa, "La noia", di Angelina Mango. In quest'ultimo caso, non per la musica, ma solo per la ripetizione di qualcosa di sgradevole ("che fastidio!"/ "la noia") e, nella parte finale della canzone, per la ripetizione di un altro verso clou, "se sono matta io", riproposto con dei glissando ascendenti(3), proprio come era successo alle parole "la noia" della Mango. I due glissando sfociano in esiti molto diversi. Angelina canta in registro acuto come guidata da quesiti esistenziali in un tono paradossale e drammatico, evidenziato da un accompagnamento che diventa d'un tratto scarno. Nel brano di Margherita, invece, toccato il culmine vocale, si sente un suono che evoca la sirena di un'ambulanza.
La "piacevolezza" di un brano pop spesso risiede proprio nella sua capacità di riattivare i nostri circuiti mnemonici. "Che fastidio!" è un pastiche di citazioni funzionali.
La scomposizione delle fonti tocca tre pilastri diversi della composizione: l'anima funk-minimal, la spinta liberatoria e il gancio strutturale.
- L'anima funk-minimal (Prince). Il richiamo a "Sign O' the Times" si avverte nella componente blues rock e nella gestione dello spazio e del vuoto, ossia nel ruolo delle pause, che sono esse stesse musica. È un arrangiamento che non "urla", ma lavora di sottrazione, mettendo in risalto i momenti in crescendo e lasciando che sia il ritmo a dettare la tensione.
- La spinta liberatoria (Aretha Franklin). La ripetizione di voce solista e coro di "Che fastidio!" ricorda quella di "Freedom" quasi a trasformare il "fastidio" in una forma di catarsi, in un gospel laico, frenetico e pensante insieme (di solito a chiedersi se è matta è una persona lucida).
- Il gancio strutturale (Angelina Mango). La somiglianza con "La noia" non è musicale, ma semantica. Entrambe le canzoni prendono un sentimento negativo (noia, fastidio), lo elevano a mantra ritmico e lo risolvono con la frenesia dei glissando ascendenti, molto praticati nella produzione pop contemporanea per creare un climax efficace.
A questi tre pilastri, si aggiungono altre tre citazioni nascoste.
"Non posso sopportare/ Gli arrivisti e i giornalisti perbenisti (che fastidio!)/ E poi i tronisti presentati come artisti (che fastidio!)": questo passaggio, ritmico, un canto sillabato vicino al parlato, ricorda, come enumerazione testuale e per il gran numero di note ribattute, l'inizio di "Com'è profondo il mare" (1977) di Lucio Dalla: "… Siamo noi, siamo in tanti/ Ci nascondiamo di notte/ Per paura degli automobilisti, dei linotipisti/ Siamo i gatti neri, siamo pessimisti/ Siamo i cattivi pensieri". Il contesto è diversissimo, ma per chi la conosce il riferimento è immediato. I versi dei brani sono in risonanza, semanticamente (qualcosa avvertito come negativo) e per le rime a fine o a metà verso (in -isti: cinque in "Che fastidio!", tre in "Com'è profondo il mare").
Un'altra canzone vintage ed evergreen in cui si dichiara di non sopportare una lista di cose (in questo caso, tutte musicali) è "Centro di gravità permanente" (1981) di Franco Battiato. Questa lista appare nella seconda strofa: "Non sopporto i cori russi/ La musica finto-rock, la new wave italiana, il free jazz punk inglese/ Neanche la nera africana." Questa eco è forse la più distante, perché il momento in cui ci si sfoga è episodico, non caratterizzante tutto il brano, che è animato soprattutto da un senso di ricerca spirituale. Per "centrarsi" viene evocato un cammino, che parte da un'esigenza universale e che è personale, diverso per tutti, pur essendo comune la necessità di compiere un percorso. Nel registro ironico di "Che fastidio!", invece, si avverte l'ansia da tutorial che promettono successo e benessere, di cui affermano di avere la ricetta. Per salvarsi non resta che sfogarsi e riuscire ad ignorarli! I versi iniziali sono rivelatori: non è il caso di "litigare" e, specie nel video ufficiale, nella parte centrale recitata, fortemente satirica, si coglie un implicito invito a pensare con la propria testa, senza farsi contagiare dalle mode e da mentori superficiali e improponibili.
Entrambi i brani affrontano l'umana esigenza di non soccombere alla propria reattività emotiva. Il brano di Battiato presenta le strofe in tono minore (adatto al momento di sfogo di cui sopra), che sfociano in un ritornello dal registro serio e in tono maggiore, in accordo col benessere che si ricerca.
Terza filiazione: "Nuntereggae più" (1978) di Rino Gaetano. Il testo è un grido d'insofferenza che molte generazioni continuano a guardare con simpatia e gratitudine, che ha un tormentone, un intercalare parlato, "nun te reggae più", rivolto a atteggiamenti, cose, persone, nomi di partiti, nomi di personaggi famosi... cosa che in un brano uscito oggi, con nomi contemporanei, potrebbe esporre alla pubblica gogna e forse anche a procedimenti legali. Nel 1978 si assaporava l'allargamento recente delle maglie della censura, si avvertiva con chiarezza che la satira non minava il successo di chi fosse "colpito" e, soprattutto, che il registro della comunicazione di "Nuntereggae più" era ironico, scanzonato e sconfinante nel nonsense (ma non troppo) e che di questo sfogo c'era bisogno. Prendendo atto dell'epoca che ha scaturito le due canzoni, psichicamente siamo messi meglio forse oggi: non un'impossibilità a reggere e a sopportare oltre, ma solo piccoli momentanei sfoghi per fastidi legati a modi e costumi, da continuare ad assumere quotidianamente.
Prendendo in prestito una terminologia usata da Umberto Eco in un suo importante libro, quella di Rino Gaetano è una canzone da "apocalittici", quella di Ditonellapiaga da "integrati".
La voce dell'interprete, la gestualità, l'espressività sono elementi che garantiscono riconoscibilità a un brano che riflette la moderna tendenza alla "iper-citazione" e a innovare più con le parole che con la musica. Comunque, un brano italiano che comprendesse tutti questi ingredienti musicali e testuali in modo armonioso non era forse mai stato presentato, e sicuramente non a Sanremo. E possiamo scegliere se interpretarlo da "apocalittici" o da "integrati" (o da tutt'e due). Nel primo caso, può essere sentito come un segno che il pop sta diventando un sistema a circuito chiuso che ricicla se stesso. Nel secondo, come un omaggio consapevole e attuale alla storia della canzone.
Ilaria Barontini
(1) La canzone è risultata vincitrice del premio "Miglior componimento musicale", attribuito dall'orchestra del Festival.
(2) Nella parte iniziale i versi "Non è che voglia litigare/ Ho solo qualche osservazione/ Un pensiero mio" presentano "litigare" diviso da una suspiratio. La suspiratio (dal latino = "sospiro") è una figura retorico-musicale utilizzata prevalentemente nel periodo rinascimentale e barocco. Consiste nell'inserimento di brevi pause all'interno di una melodia, spesso subito dopo una nota (e una sillaba) accentata. Essa imita un sospiro ed esprime ansia, affanno, dolore, tristezza e altre emozioni. In questo caso, il silenzio improvviso che spezza il verbo "litigare" dopo la prima sillaba rispecchia la volontà di censurarsi, calmarsi, tradita da un effetto di "singulto" o respiro spezzato.
Un antico mezzo tecnico, la suspiratio, viene ereditato dal pop e in questo brano viene usato con finalità espressive, enfatizzando l'emotività della parola e creando un "respiro" sia fisico che metaforico.
(3) Il verso "se sono matta io" viene ripetuto in glissando ascendente nella versione live, presentata durante le serate del Festival di Sanremo 2026.



